CINQUECENTO ANNI DI STORIA DELLA BASILICA

La Basilica è edificata nel 1500 ha da poco celebrato il suo Cinquecentenario. Nel quadro delle Celebrazioni per i 500 anni della Basilica è stato donato dal Rotary Club un totem illustrativo,il quale con un percorso virtuale (P.C. touch-screen) illustra la storia e gli splendidi affreschi esistenti fornendo al visitatore un ottimo strumento per la conoscenza dettagliata e più approfondita della nostra Basilica .

G. B. SPECIO Primo Prevosto di Legnano (1584 – 1627)

Dopo che il Card. Carlo Borromeo ebbe trasportato la prepositura da Parabiago a Legnano, nel 1584, a succedere al parroco Battista Crespi fu chiamato don G. Battista Specio. Il suo stato personale si ricava dai ragguagli annessi alla Visita pastorale effettuata, nel 1587, dal Card. Gaspare Visconti. Risulta che lo Specio era nato nel 1554 a Lonate Pozzolo , da Andrea de Speciis et Clara Cardana e apparteneva alla Congregazione degli Oblati di S. Ambrogio.
Consacrato prete da Carlo Borromeo il 17 marzo 1576, studiò grammatica e “umanità” presso Gerolamo Besozzi a Milano e nel Seminario milanese, dove rimase per quattro anni. Arricchì il suo sapere con lo studio della filosofia e della teologia, coltivate per sei anni alla ” Braidense “.
Grazie a questo retroterra culturale, si vide attribuire diversi incarichi dal Cardinale. In particolare resse una delegazione a Melzo ; fu nominato teologo a Carnago ; fu relatore in diversi Concili provinciali e quindi fu nominato prevosto di Nerviano , dove la sua presenza pone qualche problema di date.

Infatti nel Ms. 045 Inf. della Biblioteca Ambrosiana si legge che egli coperse la carica dal 1583 al 1591 a Nerviano , come confermato in un elenco agli atti di quell’Archivio parrocchiale ( Miscellanea , cart . 2), ma le date non sembrano corrispondere alla situazione reale.

Poiché lo Specio fu insignito della prepositura di S. Magno il 22 settembre 1584 da parte di don Audoeno , Vicario generale di Carlo Borromeo e confermato dalla Sede Apostolica il 23 aprile 1586; tenuto conto che lo stesso continuò a firmare sui registri di Nerviano fino al 1589, non si può escludere che egli abbia coperto incarichi di rilievo contemporaneamente a Legnano e a Nerviano .
Anzi desta qualche perplessità la notizia trasmessa dal successore A. Pozzo, secondo il quale lo Specio sarebbe stato addirittura Vicario di tre pievi: Legnano, Dairago e Busto.
L’attività principale doveva svolgersi comunque a Legnano, dove trascorreva l’esistenza assistito da una domestica, dal chierico Domenico de Federicis , in compagnia di due nipoti e tre fratelli.

Ogni domenica spiegava la Dottrina cristiana, predicava sia dall’altare che dal pulpito; compiva le funzioni secondo il rito ambrosiano; riuniva ogni mese la Congregazione del clero per discutere i casi più importanti; visitava la pieve nella ricorrenza della festa di S. Martino (11 novembre); confessava e si confessava ogni settimana da don Michele Vismara ; era dotato di una discreta biblioteca, in cui non mancavano preziose cinquecentine , Bibbia compresa oltre alle opere del famoso domenicano portoghese Luigi Granada .
Curò l’abbellimento della chiesa di S. Magno, facendo costruire l’altare maggiore “prima aderente al muro sotto la pala”; l’arricchì di candelabri d’argento, poi requisiti dai Francesi; attese alla fusione di nuove campane e sotto di lui ebbero inizio i lavori del santuario di S. Maria delle Grazie.

Si impegnò perché la fabbriceria parrocchiale e i Luoghi Pii fossero amministrati da una Deputazione locale, con il consenso dei “quattro Deputati del Comune”. Si costituì così un sodalizio formato da oltre trenta membri, in parte nobili, in parte rurali delle contrade: Sotto le Muzate , Porta di Sotto, Legnanello .

Quando nel 1605 fu frustrato il tentativo di vendere in feudo le terre di Legnano, tra i notabili protestatari comparve anche la sottoscrizione del Prevosto Battista Specio , in difesa del suo Beneficio costituito da cento scudi ricavabili dai beni immobili e dalla metà delle primizie dovute dagli abitanti del borgo, pari a circa trenta moggia di cereali (1 moggio = lt . 146, 234).
A lui si attribuisce la profezia secondo la quale il Card. Federico Borromeo avrebbe fatto cadere la scelta del successore su Agostino Pozzo di Marnate, come avvenne e come narrato dal Pozzo stesso nelle sue “Memorie”.

ISTITUZIONE DELLA PARROCCHIA DEI SS. MAGNO E SALVATORE 1482, DICEMBRE 24

La parrocchia dei SS. Magno e Salvatore fu creata il 24 dicembre 1482, sotto il pontificato di Sisto IV e il vescovado di Stefano Nardini , al quale si deve una delle prime Visite pastorali nella Diocesi milanese.
Secondo l’atto rogato dal notaio Giovanni Pietro de Ciocchi e trascritto da G. Antonio de Vecchi, a suggerire l’istituzione della Cura concorsero la popolazione numerosa del borgo di Legnano, ma anche case, giardino, orto, beni e diritti della chiesa stessa, presso la quale, per lunghi tempi, risiedettero diversi sacerdoti “manuali”, che potevano godere delle primizie, delle biade, del vino, e di altrui frutti nonché emolumenti senza che la chiesa risultasse dotata, né titolata “in beneficio”.

Quindi, perché le anime del borgo non rimanessero ulteriormente trascurate, ma diligentemente considerate; perché fosse eretto e fondato il relativo Beneficio, fu decisa la nomina di un Rettore “pro tempore ” che risiedesse sul posto, presiedesse agli uffici divini; si prendesse cura delle anime e non potesse essere rimosso senza legittima causa.

Seguì la ” collatio ” o conferimento dei benefici e l’assegnazione della chiesa, secondo la consuetudine vigente nella Diocesi di Milano, con facoltà ai “vicini” e ai parrocchiani di nominare e confermare, istituire “in perpetuo” il Rettore della Cura, con relativa presentazione all’Arcivescovo in carica.
L’ atto fu steso “in Aula Archiepiscopali ” cioè in Arcivescovado, alla presenza di Battista da Varese, Gaudenzio Moroni , Bernardo Maineri , tutti testi ritenuti noti ed idonei.
La “ragione” di eleggere il curato, lasciata alla Comunità, si dice sia stata soppressa per ordine del Card. Carlo Borromeo , anche se, secondo G. Bonelli , “nei documenti degli archivi si trovano situazioni di popolazioni che orgogliosamente rivendicano anche in epoca più tarda il loro diritto.”

Fin qui l’atto notarile, anche se la curiosità spinge alla ricerca di chi per primo abbia ricevuto la nomina a parroco. Benché le notizie in tal senso non siano proprio sicure, da un ” Chronicon ” dell’Archivio di S. Magno sembrerebbe che sia stato don Ambrogio Vignarca ad inaugurare la serie dei parroci, seguito da Giovanni de Conti e Vincenzo Sala.
Sicura la notizia, ricavata da un censimento del 1530 e confermata da un testamento del 1532, secondo i quali, nel 1530, il prete Jeronimo Maineri era Rettore “de la giesa magior “, che resse fino al 1548.
Gli successe Francesco Olgiati , parroco nel 1549, come risulta da una sua ricevuta conservata nell’Archivio parrocchiale; seguito da Giacomo Monti.
Ultimo parroco fu il bustese G. Battista Crespi, presente nel 1557, eletto dai nobili e dal Comune del borgo di Legnano. Il suo stipendio consisteva soprattutto in 10 grossi (monete) ricavati da una vigna legata una volta al Rettore da Gabriele Ferrari , con l’onere di celebrare ogni anno un ufficio funebre.
Al Crespi che resse la Cura fino al 1584, cioè fino alla trasposizione della pieve da Parabiago a Legnano, si deve, nel 1569, la redazione di uno stato della popolazione ammontante, in Legnano, a 2583 anime.

IL CINQUECENTO

Il sec. XVI si aprì per Legnano all’insegna della ricostruzione della chiesa di S. Magno, sulle vestigia di un antico tempio già attestato in un atto del 3 aprile 1406 e testimoniato dalla nomina della precedente cappellania dedicata a S. Giovanni Battista e agli Apostoli Giacomo e Filippo, resasi vacante e della quale era stato investito Gabriele Fusaro con il giuspatronato di casa Vismara , nel 1473 (Archivio Civico di Milano, Fondo Belgioioso ).

L’inizio di secolo favorevole e propiziatorio sul piano religioso, fu però sconvolto ben presto dalla discesa in Lombardia degli Svizzeri che, stimolati dal Card. Schiner , la saccheggiarono e si accamparono a Legnano, abbandonata alla discrezione degli invasori da Gastone di Foix , riparato su Milano con Gian Giacomo e Teodoro Trivulzio . E’ comprensibile quale trattamento sia stato riservato al borgo dalle soldatesche, anche se è prudente non ricamare eccessivamente le informazioni fornite in materia dal Guicciardini antipapale.
Meglio attenersi alla menzione meno nota fornita da A. Lampugnani , tesoriere della Fabbrica di S. Magno e uomo degno di reputazione, sull’incendio scoppiato nella nostra chiesa “a perfettione l’anno 1513.”
A sollevare sorti e dipinti nel lavoro di ricostruzione del tempio sicuramente concorsero i lasciti dei vari Lampugnani negli anni 1513-1514, mentre alla dotazione dell’organo, nel 1515, pensò Francesco Lampugnani , come da testamento rogato da G. A. Martignoni . Il testatore lasciò alla chiesa di S. Magno e ai suoi Deputati la somma di L . 25 da erogarsi in tre anni, dopo la sua morte; e L. 16 per il posizionamento dell’organo eseguito, a detta del prevosto Pozzi, nel 1542 dagli Antegnati di Brescia: “Opera tanto rara che pochi se ne trovano pari in bontà, et quanti della professione d’organista vengono in questo borgo ogn’un desidera toccarlo.” Ed erano talmente suadenti le note dell’organo che il curato Crespi, impossibilitato a muoversi a causa della “decrepita età…poco distante alla sua morte si fece portare in chiesa per sentir l’organo, qual in quel tempo era nella cappella di S. Maria et S. Joseffo .” E a dar lustro al tempio concorrevano, oltre all’organo:

PABULA, VINA, CERES RIVORUM COPIA TEMPLUM LEGNANUM ILLUSTRANT MULTAQUE NOBILITAS

Secondo il distico composto, nel 1518, dal grammatico bustese Alberto Bossi e ancor oggi visibile sopra la porta laterale destra della chiesa. Entravano in gioco non solo pascoli, vini, cereali, acque, ma anche la nobiltà, le cui prove di generosità non debbono però fare pensare che tutto filasse liscio. A turbare i rapporti contribuì una controversia insorta nel 1519 tra la Fabbriceria e i Lampugnani in merito al dovuto per la cappella di S. Pietro, pari a 400 ducati, secondo la relazione di Michele e Silvio Vismara al notaio G. A. Martignoni che l’accettò per i Deputati, ordinando che avesse esecuzione secondo gli accordi stabiliti.
A riportare serenità nella Comunità giunse la consacrazione del tempio con il suo altare maggiore e le reliquie di molti Santi martiri, effettuata da Francesco Landini , vescovo di Laodicea , che accompagnò alla cerimonia la concessione di particolari indulgenze.
Ulteriore fu l’arricchimento materiale della chiesa, cui contribuì, nel 1532, la Sig. ra Caterina Billia Lampugnani . Con testamento rogato dal notaio Michele Soatta , oltre alle disposizioni a favore dei figli, della sorella monaca Demetria, dei nipoti, lasciò al rettore Girolamo Maineri una somma sostanziosa pari agli affitti ricavati dai suoi beni.

Era oro piovuto dal cielo, quanto mai utile per soddisfare le esigenze di Bernardino Luini per le pitture dell’ancona con le ante, in base alla convenzione del 1523; e poi quelle di Bernardino Lanino , con cui collaboravano i figli del Luini , secondo ricevute del 1564 -1565.
Apporti generosi vennero per altro in esecuzione delle volontà testamentarie espresse dai Taverna, nel 1556; da Mainino Magistri , nel 1559; dai Prandoni-Paleari , con legati del 1562-1563 alla Fabbrica di S. Magno.

Da parte loro i Deputati di S. Magno non si lasciarono sfuggire occasioni per investiture livellarie di terreni, si trattasse di monache contraenti o della Scuola del Consorzio Domini ; con l’occhio sempre attento per la riscossione degli affitti o per l’esecuzione dei legati, pronti naturalmente a rinunciare alla loro carica, al momento della scadenza.

Gli amministratori in sostanza si prefiggevano di creare l’ambiente migliore per ricevere, nel 1570, la Visita pastorale di Carlo Borromeo , il cui scopo era quello di conferire maggior decoro al culto delle località visitate e provvedere, nella forma più giusta possibile, alle necessità delle popolazioni.
Successive disposizioni e incarichi conferiti dal Papa Gregorio XIII, nel 1572, autorizzarono il vescovo a provvedere alle chiese “curate, in qualche modo vacanti” e, se necessario, a sopprimerle o ad unirle ad altre o a trasferirle.

Forte dell’incarico ricevuto e in base alle relazioni prodotte con “oculata fede” dai Visitatori in diversi tempi, fu appurato che presso la chiesa dei SS. Gervaso e Protaso di Parabiago , capopieve della Diocesi di Milano, prestavano la loro opera cinque canonici, nessuno dei quali però risiedeva sul posto, per mancanza di abitazioni adeguate, né esistevano legati che potessero servire al loro sostentamento.
Distante circa tre miglia da Parabiago si ergeva però Legnano, abitata da numerosa popolazione; dotata della chiesa di S. Magno, di straordinario aspetto e provvista di benefici; di cappellanie con buone entrate; di un elevato numero di cappelle, di altari, di due conventi francescani, di uno ” spedale ” dove erano ricoverati circa 20 poveri vecchi e infermi; di abitazioni per i sacerdoti, senza sottacere la disponibilità dei nobili e dei vicini a concorrere alle spese per la manutenzione degli edifici.

Ciò premesso si passò a divisione, separazione e smembramento. Eretta la chiesa di Parabiago in parrocchia, Carlo Borromeo provvide, nel 1584, alla traslazione della pieve presso la chiesa di Legnano.
A maggior aiuto e decoro, tenuto conto di quanto già godeva S. Magno con il presbitero Giacomo Monti e poi con Battista Crespi, fu eretto un canonicato coadiutorale con relativi proventi. Inoltre, secondo le disposizioni del Concilio Tridentino e dei Concili provinciali, si stabilì che il prevosto, in cura d’anime, fosse obbligato alla celebrazione della Messa quotidiana.

E perché il culto potesse rafforzarsi nella Collegiata di S. Magno, fu deciso che ogni giorno il prevosto con tutti gli altri canonici istituiti cantasse le ore canoniche e la Messa grande, previa distribuzione di una parte dei frutti e dei redditi di ciascuna prebenda prepositurale e canonicale . L’atto di traslazione della pieve fu rogato dal notaio Marco Antonio Bellino, il 7 agosto 1584.
Primo prevosto eletto fu Giovanni Battista Specio che resse l’incarico fino al 1627.
Inutili le proteste dei Parabiaghesi , definitivamente respinte, nel 1586 , dopo la relazione del Card. Sfondrati , futuro Papa Gregorio XIV.

Nello stesso anno Gaspare Visconti, nel corso delle Visite pastorali emanò una serie di decreti relativi a tutte le chiese di Legnano, con riguardo alle famiglie nobili dei Crivelli, Fumagalli Lampugnani , Taverna, Vismara emergenti in una popolazione di 3200 anime. Proficua l’azione pastorale sviluppata dal Visitatore Luigi Bossi, nel 1591. Infatti, secondo notizie trasmesse dal Pirovano nelle sue Memorie , Piazza S. Magno, alla fine del sec. XVI non era molto più ristretta di quanto si potesse immaginare. “Essendosi comperata altra area da Gabrio Lampugnani venne nel 1591 ai 16 di marzo ampliata; poiché dapprima invece di rivolgersi verso ponente, dirigevasi verso tramontana. Partendo dal piano della Prepositurale giungeva al piazzaletto delle armi impropriamente detto, in faccia alla casa Comunale.”
Per la precisione il vicolo era anticamente denominato “delle armi”, non perché vi si fabbricassero, ma per il fatto che sul posto sorgeva la caserma, “parola derivata dallo spagnolo Casa ermes , casa d’armi, che poscia divenne della Comunità.”
Seguirono ulteriori disposizioni emanate dal Card. Federico Borromeo , contenute in un polposo documento, oscuro nel testo, irto di rettifiche, cancellature. Immersa nel ginepraio della scrittura, l’intenzione di effettuare una verifica dello stato della Prepositurale, dopo la traslazione fatta da Carlo Borromeo .
La relazione prendeva le mosse dall’intervento della Comunità, pronta a spendere per aumentare il peso di due campane, in modo da rendere più squillante il suono. Una volta fatte squillare le campane, ad evitare “l’annuvolamento nell’oscura cieca notte dell’ oblivione “, il relatore si accinse a stendere un’ampia, non sempre ordinata relazione sui decreti emanati da Federico Borromeo , per rimediare alla inadeguata amministrazione della Fabbrica di S. Magno.

I dodici Deputati eletti, guidati dal priore Bartolomeo Vismara , dal tesoriere Galeazzo Lampugnani , dal cancelliere Luca Lampugnani , dovevano registrare entrate e uscite in due libri distinti, distinguendo i conti della Fabbriceria da quelli dell’Ospedale, rendendo conto annualmente dell’amministrazione al Vicario Foraneo. Toccava ai Deputati scaduti presentare alcuni anziani, dediti alla pietà, al prevosto che ne avrebbe scelto sei tra i nobili e sei tra i componenti della Comunità.
Nessuna decisione poteva essere presa fuori dal Capitolo, nessuna delibera amministrativa emanata senza il prevosto. Era vietato il rinnovo della carica. Responsabile della conservazione dei beni era il priore, mentre il tesoriere non poteva né venderli, né permutarli senza l’autorizzazione della maggior parte dei Deputati e del prevosto.

Gli stessi nominavano un fattore stipendiato per l’amministrazione dell’Ospedale. Al cancelliere toccava il compito di trascrivere i decreti del Capitolo, che si riuniva almeno una volta al mese in una sala speciale.
I Deputati dovevano inoltre avere cura dei beni appartenenti alla Scuola della Misericordia, eretta nella prepositurale di S. Magno. Con i redditi della stessa si provvedeva ai poveri: né minore era l’attenzione a 12 fanciulle povere da maritarsi ogni anno grazie a un lascito di Agostino Lampugnani . I loro nomi erano iscritti dal cancelliere nel libro delle “Ordinazioni” e proposti in Capitolo prima della distribuzione delle doti.
Queste disposizioni meticolose indubbiamente giovarono al capitolo di S. Magno, organo importante per l’amministrazione dei beni e per l’erogazione delle elemosine.

Per finire un elenco dei beni della Fabbrica di S. Magno, ma anche degli oneri, imbavagliati in sottili e aggrovigliate disquisizioni sulla trasformazione dei livelli.

IL SEICENTO

Innalzato “un tempio tra i più ricchi e imponenti di tutta la plaga, senza lesinare nell’erigere una casa di Dio a testimonianza del rinnovamento e del fervore della Fede”, i Legnanesi , come ha scritto Mons. C. Galli, si affidarono dapprima a Gian Giacomo Lampugnani e quindi commissionarono affreschi e pale d’altare ad artisti come il Luini , il Lanino , G. Francesco e Battista Lampugnani .
Quindi, mentre da un lato si consolidavano le dimensioni dell’economia europea, dall’altro si creavano squilibri regionali destinati a trasformarsi in divisioni secolari, in un momento di radicale trasformazione delle strutture sociali.
I Legnanesi , recepiti i decreti del Card. Federico Borromeo , con la regia del prevosto Specio si accinsero al rinnovamento dell’amministrazione del Capitolo, sia pure senza coltivare sogni di grandezza. A stimolarli serviva molto la licenza apostolica per la benedizione delle persone, delle campagne del luogo e del territorio di Legnano con relativa pieve, emessa a Roma il 26 giugno 1602, pubblicata a Milano il 31 luglio, con la quale si fissava la terza domenica di agosto per la cerimonia, come fu fatto.
Quasi con le spalle coperte i Deputati snellirono le pratiche che si trascinavano da tempo per la ristrutturazione della sacristia di S. Magno, nel 1606, acquistando per la stessa calici e pianete, dotandola di arredi, “ferriate” alle finestre, provvedendo contemporaneamente a far venire da Milano artigiani per il rinnovo della cappella maggiore nella chiesa dell’Ospedale .

A coprire la spesa, solo in parte serviva la vendita del vino dell'” Hospitale di S. Erasmo”, ceduto al fattore Giovanni Fassi e al massaro Giovanni Banfi al prezzo di L. 8 e soldi 10, per ogni brenta (1 brenta = lt . 75 circa).

Necessariamente il Capitolo, in ristrettezze economiche, decise, nel 1608, che a nessuno dei poveri dell'” Hospitale “, si distribuissero elemosine se ordinatamente non risiedeva in esso, dimorandovi anche di notte. Chi più di tre volte in un anno avesse violato tali disposizioni, sarebbe stato immediatamente cacciato.
Non trascurabile per le spese, ma quasi irrilevante il legato disposto, nel 1610, da Massimiano Vismara , sempre gradito, ma insufficiente a coprire il costo per la pittura di tre quadri destinati alla chiesa di S. Magno, dipinti dai Lampugnani , nel 1612; per provvedere al restauro dell’ancona dell’altare maggiore, ad evitare che la preziosa decorazione si screpolasse irrimediabilmente; per aumentare lo stipendio del sacrestano; per soddisfare le esigenze del predicatore quaresimalista.
Era opportuno che il Capitolo facesse intervenire architetti da Milano “per ridurre a perfettione la Fabbrica della Collegiata Chiesa di S. Magno”. Occorreva inoltre ingrandire le cappelle laterali; e costruire una fornace in cui cuocere i coppi necessari anche per la “ricopertura del locho sotto la collombera .”
A fronte di tali esigenze, al prevosto, nel 1619, non rimase che prendere atto della situazione emergente e chiedere aiuto al nipote, prevosto di Arcisate , perché trattasse con i lapicidi di quella zona, in modo da ottenere pietre con il minore dispendio possibile per la Fabbrica di Legnano. Unica consolazione quella di ascoltare il suono dell’organo, per apprezzare le cui note venivano anche da Busto Arsizio i “musici o Cantori” alla solennità dell’Ascensione celebrata in S. Magno con particolare solennità. Nella circostanza, al clero e alla Schola cantorum bustese , a volte si conferiva la “refezione”, a volte un compenso in denaro. Era altresì motivo di conforto per il prevosto, nel 1626, il riconoscimento delle reliquie di 72 martiri rinvenute nella basilica di S. Saturnino sita fuori le mura di Cagliari e recate a Legnano dal milanese Curzio Lampugnani , vessillifero della “Società militare”.
Quando lo Specio morì nel 1627, gli successe un anno dopo don Agostino Pozzo, all’età di 54 anni, che resse la Cura fino al 1652. Il suo stato personale si trova nella relazione della Visita pastorale effettuata dal Card. Monti.
Compiuti gli studi di filosofia nel Seminario di Milano, insignito della tonsura nel 1597 dal vescovo ausiliario Francesco Cittadino, percorse dal 1599 al 1602 gli ordini minori, fino al presbiterato del 1606.
Designato alla cura d’anime successivamente nei Comuni di Mornago , Verderio , Marnate, nel 1628 fu insignito della Prepositurale di S. Magno, con incarico di Vicario della pieve.
La sua rendita pari a 60 scudi, comprendeva anche la metà delle primizie che gli spettavano e che corrispondevano a 8 moggia di mistura di segale e di miglio.
Il nome del Pozzo è legato al manoscritto Memorie della chiesa di S. Magno in Legnano – 1650 . Si tratta di un’opera rilegata in pergamena, di 92 fogli numerati, che ancora oggi costituisce una fonte indispensabile, a cui attinsero non pochi cronisti antichi e moderni. Oltre a fornire notizie di carattere biografico, il Pozzo pone pure un problema che ha dato filo da torcere agli studiosi di vicende locali e riguarda la tomba dell’arcivescovo Leone da Perego , a Legnano. L’autore non ne ha fatto oggetto di uno studio critico, limitandosi a riferire opinioni comuni. Più gli interessavano la situazione della pieve; le reliquie conservate in S. Magno, le feste, le processioni, gli altari del tempio principale, l’Ospedale di S. Erasmo, le chiese del borgo, i monasteri, il castello.
L’opera raccolta dall’ Ing. Sutermeister nelle “Memorie” n. 10 della Deputazione di Storia Patria, Sezione di Legnano, edita nel 1940/41, è stata ripubblicata nel 1996 dalla “Società Arte e Storia”, a cura della Prof. C. Marinoni Brusatori e corredata da fotografie scattate da E. Pozzi.
Anche al nuovo prevosto non mancarono naturalmente le preoccupazioni. Appena eletto dovette vedersela con l’eredità Specio e affrontare nuove spese. Allo scopo servivano bene le cessioni fatte da Cesare Vismara di L. 236 dovute alla Fabbrica di S. Magno, come erede di Massimiano Vismara , previa promessa fatta dai Sindaci della Comunità di Legnano di versare L. 233.6.8 alla predetta Fabbrica. Non potendo il Vismara pagare in moneta contante il terzo del legato di suo padre (circa L. 700 imperiali), assegnò una parte del credito vantato verso la Comunità ai Deputati che accettarono la transazione, per altro arricchita, nel 1639, da legati per Messe da celebrarsi a suffragio.

C’era anche il vecchio campanile che, pur essendo stato dotato nel 1611 di un concerto campanario di cinque campane, per prolungare la sua vita, richiedeva ingenti restauri, cui si pose mano nel 1638. Fu in quest’anno che Legnano si presentò “superbamente vestita a festa”, come ha sottolineato C. Guidi. Ogni strada si era arricchita con archi trionfali; dalle finestre delle case nobiliari pendevano arazzi e panneggi artistici; dovunque grandi cartelli intersecati da dediche in elegante latino davano il benvenuto al Card. Cesare Monti, in Visita pastorale. Il cavaliere Gerosolimitano Giuseppe Lampugnani , alla testa di 60 giovani cavalieri, andò ad incontrarlo a Rho , da dove il prelato, in “berlina” mosse verso Legnano. Passata l’ Olonella , si incontrò con il prevosto Pozzo, con il clero e altre autorità. Indossati i sacri paramenti, il Cardinale montò su una mula bianca e, preceduto dalla processione, si avviò alla Prepositurale di S. Magno.
“La piazza affollatissima e riccamente addobbata presentava uno spettacolo magnifico”. Il Cardinale rimase cinque giorni a Legnano, dove amministrò la Cresima ai giovani di 64 paesi. Per la celebrazione della Messa solenne, non si guardò a spese, si invitò la Cappella del Duomo di Novara, guidata dal tenore Angelino. Tra il clero figurava il prevosto di Busto Arsizio , don G. B. Reguzzoni , “basso di gran tuba e voce”, che diede saggi vocali in grado di incantare l’uditorio.

Durante il suo soggiorno il Card. Monti ebbe modo di ammirare le opere d’arte che impreziosivano il tempio di S. Magno. Era quasi innamorato della grande pala di B. Luini , tanto da recarsi più volte al giorno ad ammirarla. Inoltre commise ai Lampugnani il globo geografico che, alla sua morte, lasciò alla Pinacoteca Ambrosiana, segno del suo amore per l’arte, ma anche testimonianza dell’eclettismo dei nostri artisti; così come, sempre a detta del cronista, volle copia della Madonna luinesca .

E ciò non a caso, considerato il culto della Vergine radicato nella tradizione locale. E’ sempre il Pozzo a informarci della incoronazione della statua della Madonna in S. Magno, effettuata durante la Pasqua del 1642, su iniziativa del Cappuccino N. Maineri , predicatore della Quaresima in Legnano.
Per l’occasione, oltre mille persone, provenienti da diverse parti, si diedero convegno in chiesa, sulla piazza, nelle vie, perfino sui tetti. L’effigie della Madonna fu quindi portata in processione con l’accompagnamento di suonatori di tromba, dei nobili avvolti in abiti preziosi, dei cavalieri in tenuta da parata, dei popolani vestiti a festa.
“Finita la processione – ha osservato M. T. Padoan – i festeggiamenti assunsero la forma conviviale; ricchi banchetti furono allestiti nelle case di molti nobili che fecero a gara ad ospitare il maggior numero possibile di invitati.”
Unico neo la questione della precedenza nello scorrimento della processione. Sollevata nel 1650, durante una Visita pastorale, la controversia si protrasse fino al 1700, probabilmente quando le Confraternite incominciarono a perdere quota.

Altri contrasti furono segnalati nel 1670 relativamente ad abusi e manchevolezze non conformi al rituale ecclesiastico. Alcuni sacerdoti non celebravano secondo le regole fissate da Federico Borromeo “per l’osservazione delle Sacre Scritture” o per l’uso di paramenti non rituali, nel corso di feste solenni.
Inosservata rimaneva ancora la sentenza emessa dalla Sede Apostolica di Milano a favore del prevosto di Legnano contro G. Andrea Lampugnani , per aver soppresso e ridotto a proprio prato la via di accesso al Prato di S. Magno, come da rogito del Vicario Apostolico Comunale Milanese, nel 1595.

Si aggiungano, tra il 1687 e il 1695, attriti tra i Deputati della Fabbrica e l’avv. Morosino per divieto di passaggio sul ponte di S. Magno, che portava alla fornace e ai prati, protratti al punto da indurre il Capitano di Giustizia a imprigionare il priore per qualche giorno e annunciare altre pene per i membri del Capitolo. Un vero rompicapo, da dottor Azzeccagarbugli, visto che il ponte era stato costruito dalla veneranda Fabbrica per i suoi terreni e restaurato a proprie spese, secondo le emergenze.
Finì nel 1691 che le parti in contrasto si accordarono perché il ponte in questione fosse rifatto, con un compromesso che segnò la vittoria completa de priore Pietro Perez De Campo e del Capitolo.

IL SETTECENTO

Fino alla fine del 1600 la festività di S. Magno era celebrata il 19 agosto, nonostante cadesse il giorno 5 novembre. In questa data era tenuta anche la fiera locale e non sembrava quindi opportuna la concomitanza. Nel 1702, su disposizione del Visitatore Cernuschi , la festa di S. Magno fu ripristinata al 5 novembre, quando la fiera fu anticipata al primo novembre.
Sfogliando poi il grosso mastro dei verbali delle adunanze capitolari, si nota che il governo spagnolo aveva inserito nell’amministrazione degli Enti pii un rappresentante, il cui ruolo, per la Fabbrica di S. Magno, era stato affidato al conte Francesco Maria Lampugnani . Poiché molteplici impegni lo trattenevano a Milano, suo delegato ordinario nel Capitolo divenne Bartolomeo Cornaggia , a sua volta sostituito, in assenza, dal Dr. G. B. Vismara , nel 1703. Se non altro toccò a quest’ultimo sottoscrivere una delle pagine più care del Capitolo che dedicò tutta una seduta, nel gennaio 1705, per deliberare l’assegnazione di piccoli compensi agli indigenti, a dimostrazione della oculatezza, con la quale si amministravano i beni.
Quando poi il predominio spagnolo si avviò al tramonto (1706) e le nuvole oscurarono l’orizzonte economico, a rasserenarlo non fu certo il periodo delle guerre di successione che tennero il Milanese in fermento e in disagio.

Gli abitanti del nostro borgo si rivolsero a Dio per il dono della pace. Ne è prova una lettera al Vicario della Diocesi per la celebrazione dignitosa delle Quaranta Ore, inoltrata tramite il prevosto Giulio Masnago . Era questi dottore in teologia, coadiuvato da F. Zerbi , canonico curato a Legnarello , ma alle dipendenze del prevosto; e da G. B. Santini, canonico curato.

Piaceva poco però al Capitolo che i coadiutori si sottoscrivessero con il titolo di curato. Da qui un’interpellanza al Protonotario apostolico che, viste le disposizioni del Sinodo, respinse la richiesta.
Analogamente fu rigettata la proposta dei canonici di far suonare le campane prima del consueto per la celebrazione della Messa “nei giorni non di precetto in Aurora”.

Non si trattava però di questioni così gravi da turbare l’atmosfera di Legnano, in grado di preparare un’accoglienza straordinaria, nel 1710, al Card. G. Archinti , in Visita pastorale. Preparati archi trionfali e portoni adorni di sandaline , in ottobre, su una mula bianca, il prelato si diresse in processione alla chiesa di S. Magno, fra un imponente concorso di paesani. Lo precedevano la Scuola di S. Ambrogio, la Scuola dei Disciplini, gli Ufficiali del Tribunale, a cavallo. Il Card. avanzava sopra l’arcione della mula, coperta da una gualdrappa color morello, seguito da otto scudieri, dal clero secolare, dai vecchioni , dai seminaristi del Duomo. Alla sera, dopo le cerimonie di rito, grandi luminarie, con musica, canti e sparo di mortaretti.
Seguì, con il Card. Odescalchi , il passaggio dalla dominazione spagnola a quella austriaca; e poiché il successore Gaetano Stampa, affetto da vizio cardiaco, dovette limitare molto le sue peregrinazioni per la Diocesi, occorre rifarsi alla nomina del Card. Pozzobonelli e, in Legnano, a quella del prevosto Piantanida per avere notizie particolareggiate sulla chiesa di S. Magno.

Correva l’anno 1741 quando il prevosto G. M. Piantanida , già canonico curato coadiutore di S. Magno, prese possesso della carica. Particolare curioso: contemporaneamente al suo esercizio spirituale esisteva in parrocchia un suo omonimo, a lui legato, con molta probabilità, da vincoli di parentela e morto in qualità di parroco a Rovate . Alla morte di costui, poiché era investito di un legato, il prevosto Giulini , nel 1809, dovette richiedere la nomina di un altro beneficiario.

Nella vita del prevosto Piantanida , venuto a morte nel 1773, una data memorabile segnò la posa della prima pietra per l’erezione del campanile. Poiché l’antica torre del “Salvatore” minacciava di rovinare, si pensò di costruirne un’altra a fianco della stessa, a spese della comunità. Due erano i progetti: uno a cupola; l’altro simile all’attuale. Approvato il progetto meno dispendioso, nel novembre 1752 iniziarono gli scavi. Alla presenza del visconte Attilio Lampugnani , che aveva deciso di passare gli ultimi giorni di vita a Legnano, sulla porta maggiore del tempio fu affisso un grande cartello che giustificava la sostituzione della vecchia torre, più volte restaurata nel 1542 e nel 1638.

Con il prevosto Piantanida fu inoltre proposta l’evacuazione dei sepolcri nella chiesa e nell’ossario sito nel mortorio attiguo.

Indubbiamente per il prevosto fu motivo di grande soddisfazione la Visita pastorale compiuta a Legnano, il 10 maggio 1761, dal Card. G. Pozzobonelli . Questi aveva già gratificato la chiesa con una indulgenza di cento giorni ai visitatori confessi. Sull’atto di concessione firmato dal cancelliere Barretta, canonico ordinario, non mancava il sigillo aderente con impressa la figura di S. Ambrogio assistito dai SS. Gervaso e Protaso.

Quando il Cardinale entrò in Legnano, si avviò all’attuale basilica sotto un baldacchino sorretto dai Possessores locali, dal clero, dai canonici, dai cappellani. Ricevuto l’aspersorio con acqua lustrale dal prevosto G. M. Piantanida , al suono delle campane e dell’organo, si recò alla cappella principale per dare inizio alle funzioni.

Iniziò quindi la Visita vera e propria al complesso di S. Magno, nell’intento di emanare una serie di decreti per una più razionale strutturazione dell’organismo ecclesiastico. Dagli atti d’archivio emerge una descrizione particolareggiata delle cappelle di S. Agnese, S. Carlo, dei SS. Apostoli Pietro e Paolo; di S. Antonio da Padova, di S. Antonio abate, della Immacolata Concezione, arricchite dalle immagini dovute al pennello di celebri artisti.

Seguì la ricognizione delle reliquie, tra le quali primeggiavano quelle di S. Magno.
Certo non mancarono alcune critiche dovute al frontespizio esterno della chiesa che appariva rude, imperfetto, privo di croce alla sommità. Non c’erano né portico, né vestibolo; l’organo era troppo distante dall’altare maggiore.

All’esterno il cimitero aderiva al fronte della chiesa ed era diviso dalla piazza con colonnine di pietra.
Redditi della chiesa non elevati venivano da alcune vigne, dalle moronate , dalle elemosine.
Sulla Comunità si stendeva l’occhio vigile del prevosto Piantanida , di anni 61, nato a Pallanza . Era coadiuvato da 11 canonici e 12 cappellani nelle adempienze del ministero sacerdotale, si trattasse di celebrare le Messe, di commentare il Vangelo, di insegnare la Dottrina cristiana, di confessare e anche di erudire le levatrici perché, se fosse stato necessario, somministrassero il battesimo ai neonati. Fruiva di un legato, ma più spesso di elemosine avventizie e talora per pura devozione.

Verso la fine del secolo si incominciò a respirare aria rivoluzionaria. La dominazione austriaca volgeva al tramonto con l’imperatore “Sagrestano” Giuseppe II. All’avvicinarsi di Napoleone Bonaparte si elevarono grida contro il dispotismo, l’aristocrazia, il fanatismo; si inneggiò alla libertà, alla fraternità, alla uguaglianza, quasi omaggi posti ai piedi dei vari Alberi della Libertà, espressioni in grado di dilatarsi e restringersi a piacimento, passate al crogiolo del Civismo coniato per l’occorrenza.
E’ in questa atmosfera che il posto di prevosto fu occupato da don Francesco Lavazza nel 1773. Passarono pochi anni quando il priore G. B. Crespi sentì il bisogno di indirizzargli un messaggio con il quale chiedeva si solennizzasse con autorità apostolica la benedizione delle campagne del borgo, soggette da tanti anni a vari flagelli, ora di siccità, ora di inondazione. Il prevosto gli rispose di essere disposto alla benedizione purché fatta senza strepito, da unire a un piccolo apparato in chiesa, il tutto limitato a una funzione di penitenza.

Ciò non impedì che, previa opportuna diligenza, si prendessero contatti, nel 1781, con due falegnami di Villacortese per la costruzione di due bussole in noce per la chiesa, al costo di L. 1200, che la Fabbrica avrebbe versato in tre rate.

Motivo di delusione per il prevosto, nel 1783, la soppressione del convento di S. Chiara, voluto dall’imperatore, per collocarvi il primo pellagrosario con 45 letti.
Difficili i rapporti del prevosto con il Dr. Gaetano Strambio , direttore del pellagrosario inaugurato nel maggio 1784. Da parte sua il medico lamentava zelo soverchio e dispotismo da parte del prevosto che pretendeva di mettere naso in questioni puramente tecniche, rivendicando libertà d’azione, pur dichiarandosi premuroso di continuare ad essere amico del sacerdote.

Quando, nel 1784, l’imperatore Francesco Giuseppe II d’Austria visitò il pellagrosario accompagnato dal prevosto, i rapporti sembravano migliorati, ma ben presto degenerarono. Ai primi del 1788 don Lavazza indirizzò una fiera requisitoria contro lo Strambio che, accusato di trascuratezza nei metodi di cura, fu trasferito all’Ospedale Maggiore di Milano, di cui divenne direttore nel 1811 e, nel 1814, Prefetto del Dipartimento dell’Olona.

Seguì, secondo il Pirovano , la fusione in un solo Comune delle nove Comunità o Comunetti legnanesi , accompagnata, nel 1785, dal trasferimento a Legnano della Cancelleria del Distretto XVIII della pieve di Olgiate Olona.

La situazione economica del borgo era però quanto mai preoccupante, tanto che il prevosto suggerì che i canonici e i cappellani sussidiari intervenissero al coro nei giorni festivi, per dare al popolo, come da studi di G. e G. Bonelli , “un utile e savio intrattenimento”, che allontanasse dai bagordi e “per conseguenza dalle risse e dai tumulti soliti a scatenarsi nei giorni festivi di una vita oziosa e disimpegnata singolarmente in campagna”.

A tale scopo Giuseppe II emanò, nell’ottobre 1787, un editto articolato in 26 punti, nel tentativo di assicurare un dignitoso servizio spirituale dei sudditi a vantaggio sia della religione, sia della società, ma anche “una congrua dotazione per i sacerdoti”, a cui dovevano essere destinate le rendite dei conventi e dei monasteri soppressi. Il piano di attuazione però non ebbe effetto perché, prima di dar corso alla sistemazione delle parrocchie nel modo proposto dalla Curia arcivescovile, il Consiglio di Governo, nel 1789, desiderò che la Regia Camera dei Conti esprimesse il proprio parere sul progetto esposto dal Fondo di Religione, riguardante anche la pieve di Legnano costituita da dodici parrocchie. La chiesa collegiata di Legnano possedeva 283 pertiche di terreno, era dotata di 24 legati per 2932 Messe annue; la popolazione del borgo era formata da 2772 anime. L’aggrovigliarsi delle vicende non produsse nessuno effetto, mentre la popolazione, da accertamenti del 1791, salì a 2816 persone. Il prevosto della Collegiata di S. Magno era il solo parroco di Legnano e Legnarello uniti sotto la stessa Comunità, con due coadiutori, mentre il Capitolo era costituito da nove canonici.

Finì che il capitolo, nel 1797, fosse soppresso tramite il Cancelliere del Censo, Gerolamo Mazza. Furono portate via anche le chiavi dell’Archivio. Abolito il comando delle parrocchie, attribuito ai Deputati dell’Estimo, il Dipartimento dell’Olona fu trasferito a Busto Arsizio , nonostante l’opposizione del Municipio legnanese .

L’OTTOCENTO

Al 2 novembre 1800 vennero i soldati a Legnano, con camion e strepito di banda, per piantare l’albero della libertà, simbolo con il berretto frigio dell’idea repubblicana.
Seguì alla grande carnevalata, nel 1802, la morte del prevosto Lavazza e, scaduta l’investitura fatta nel concittadino O. Maineri di alcuni beni in parte della Fabbriceria di S. Magno, in parte del Luogo Pio della Misericordia, fu opportuna un’asta pubblica. Si trattava di riaffittare con tutte le clausole previste dal contratto che prevedeva, a carico del conduttore, anche i sussidi di guerra per il passaggio e l’alloggio di milizie, la contribuzione per l’adattamento di strade tanto comunali che postali.
Quindi da Cantalupo , dove era parroco, venne a Legnano, nel 1803, don L. Giulini che rimase prevosto fino al 1823. Il sacerdote era un emerito calligrafo, sicché chiaro è il contributo dato dai suoi scritti. Si tratta di pagine dalla lettura piacevole, redatte in grafia nitida, che consentono di focalizzare la sua attività e conoscere le vicende non solo spirituali del borgo ammontante a 2797 persone, nel 1807.
Risulta dai documenti d’archivio che il convento dei RR. Padri Minori Osservanti fu soppresso il 13 luglio 1805 e, con la chiesa, “raso dai fondamenti”. Sussistevano invece come sussidiarie della Prepositurale le chiese della Purificazione, di S. Ambrogio, di S. Maria del Priorato, di N. Signora delle Grazie ad “uso dei mulini e membri sparsi”.

Nel borgo sorgevano però anche altri Oratori pubblici, ad uso di mulini, cascine; di case private come i Perez , i Lampugnani , i Prata , i Poretti; dei vecchi; della Scuola del SS. Sacramento. Se era d’obbligo, nel 1810, durante il Regno d’Italia, solennizzare l’anniversario della incoronazione di Napoleone I, con una Messa solenne, alla presenza delle Autorità locali, meno giustificabile apparì , nel 1812, la triste sorte già toccata a illustri Collegiate, Abbazie ricche di suppellettili sacre e preziose.
Nel mese di agosto “venne a Legnano una compagnia di Bonapardisti con decreto dello stesso Napoleone, la folgore d’Europa incaricata per lo spogliamento degli oggetti preziosi conservati nella chiesa di S. Magno.” L’ordine fu eseguito a puntino e furono caricati due carri con candelabri d’argento, vasi sacri, brocche e lampade di valore rilevante.

Sembrò bene quindi, nell’aprile 1814, cessata la dominazione francese, aderire all’invito rivolto dal Vicario generale Sozzi, per ringraziare il Signore, cantando l’inno ambrosiano solennemente, facendolo precedere dal suono festoso di tutte le campane.

Effettuato il cambio del “padrone”, nel 1815, S. M. Imperiale Francesco Giuseppe d’Austria invitò il prevosto Giulini a inviargli un rapporto sintetico, ma preciso sullo stato della chiesa di S. Magno. Si trattava di una revisione dei Benefici ormai ridotti all’osso, a causa dell’incameramento avvenuto nel periodo napoleonico. Lo scopo era quello di tassare quelli che non erano direttamente legati a cura d’anime. Conseguenza: il ritorno degli Austriaci segnò per la Chiesa milanese un’ulteriore ingerenza del potere laico, in un momento, in cui, morto il Card. Caprara , nel 1810, la sede vescovile milanese rimase vacante fino alla nomina di Gaetano Gaysruck (1818-1846).

Pertanto, dalla relazione ” Giulini ” risultò che il Beneficio di S. Magno era costituito da 202 pertiche di terreno, cifra per altro non trascurabile, considerati i tempi.
All’incirca, nello stesso periodo, furono coltivati progetti di ampliamento della chiesa di S. Magno. La Fabbriceria aveva commissionato all’ Arch. G. Zanoia , docente nel R. Ginnasio di Brera , di redigere un progetto per l’allungamento del tempio, reso necessario dall’aumento della popolazione.
Venuta meno però l’approvazione da parte del Ministero per il Culto, fu necessario onorare l’impegno assunto dall’Architetto con un “regalo” di L. 1000, da versare in due rate, ritenuto non tanto un “mercenario compenso”, quanto un attestato delle obbligazioni dovute al professionista.
Altra incombenza riguardò la sistemazione della Piazzetta davanti alla chiesa, nel 1827. Poiché tale opera era stata autorizzata con la richiesta che la Piazzetta fosse di “ragione Comunale”, occorreva che la fabbriceria dichiarasse di non avere alcun diritto sulla stessa, riconoscendola “come appartenente al Comune”.

Ciò fu riconosciuto con lettera dell’11 febbraio 1829 dalla Fabbriceria, la quale ammise che la Piazzetta era sempre stata “affetta da pubblica servitù, anzi occorreva di votare dei cadaveri i due gran sepolcri che esistevano contigui alla Chiesa dalla parte di tramontana detti cadaveri venivano riposti in una gran fossa che si scavava sulla detta piazzetta, e da ciò ne è derivato il nome di Sagrato.”
Regolati i rapporti con l’Autorità locale, occorreva pur sempre ottemperare alle disposizioni arcivescovili, volte ad eliminare pretesti ed interpretazioni equivoche. Serve in tal senso una lettera autografa indirizzata, nel 1834, dal cardinale al prevosto G. Busnelli , invitato a sospendere le processioni allusive alla Passione del Redentore, solite a farsi negli ultimi giorni della settimana santa. Tale funzione fu assolutamente proibita, ad evitare che “qualcuno segnatamente del clero si adoperasse direttamente o indirettamente ad eccitare partiti” contro la determinazione arcivescovile per le misure di rigore prese.
Successive circolari continuarono ad invitare i parroci a collaborare per mantenere l’ordine pubblico, salvo incorrere in spiacevoli provvedimenti. Dovette saperne qualcosa don A. Ponzoni , promosso alla prepositura di Legnano nel 1845. Pochi anni dopo la sua nomina, apparentemente di ordinaria amministrazione, ma pur sempre necessaria fu la stima dei beni di S. Magno. Sulla scorta di rilievi eseguiti e delle necessarie cognizioni procacciate, “esaminata la situazione e la qualità degli stabili”, nonché dei singoli prodotti, degli affitti dovuti, fatte le opportune deduzioni per gli infortuni possibili, il perito agrario Viganò , accertò che la Prepositurale disponeva di circa 426 pertiche di terreno, del valore complessivo di L. 4743 e 61 centesimi.
Se all’economista interessano il numero e la disposizione dei locali, l’ubicazione dei beni, lo studioso si sente attratto dalla toponomastica, dalla denominazione spesso dal sapore dialettale degli appezzamenti di terreno. Così sfilano davanti agli occhi gli aratori alla Madonna di sopra e di sotto ; ricompaiono Ferretta e Forcellina ; si ergono le case di S. Ambrogio, di S. Magno, della Madonna delle Grazie con portici, scale, porte, cucine, stalle, muri di cinta; si stendono i campi alla Rinalda ; si fanno preziosi vignoli e vignazze dell’ Olmina ; colpisce la fantasia il Borgo dè Melegazzi , meglio conosciuto in dialetto come dei Maragasc o stoppie del granturco.

Tali nomi storpiati dal dialetto consentono l’immersione in suoni dimenticati, ma sono anche testimoni di un’evoluzione della parola. Il loro riaffiorare alla ribalta consente di cogliere, con l’occhio staccato dal tempo, cosa dal tempo è nato; permette di sentire in gola la corposità delle antiche parole.
Emergente fra tutti il Prato di S. Magno , pezzo di terra a prato ” adacquatorio ” stabile, con strade connesse, pari a 187 pertiche del valore di L. 2221 circa. Completava il quadro, secondo documenti d’archivio, l’elenco dei Benefici e Legati di S. Magno , datato 1853. Complessivamente erano 38; di ognuno erano indicati l’origine, il reddito, il notaio rogante, l’Ente mutuato che poteva essere anche il Comune di Legnano; la persona o il Luogo Pio adempiente; l’eventuale garanzia. Unite note con l’avvertenza che la maggior parte non era di stretto obbligo, poiché si celebravano grazie alla pia consuetudine dei parrocchiani. Per ognuno di loro erano indicati il giorno e la chiesa in cui si celebravano, in canto o meno; con tutto il clero e solo in parte, nonché la persona sulla quale gravitavano.
La divagazione non fa dimenticare però che il prevosto Ponzoni , nel 1859, fu diffidato dal cedere “alle lusinghiere proposizioni di incettatori” e a dare “la precedenza al Governo nella vendita”, per evitare la rapina di esimie opere d’arte. Infatti, nello stesso anno, capitò a Legnano un raccoglitore inglese di oggetti artistici. Rapito dalla bellezza di un prezioso quadro posto dietro l’altare maggiore, da un piatto di maiolica e da una brocca posti nel battistero, si dichiarò disposto all’acquisto. Fu accettata solo l’offerta per brocca e piatto equivalente a 300 marenghi d’oro, investiti per l’acquisto di un paramento rosso di qualità.
Al Ponzoni toccò però la sventura di essere preso come ostaggio dal generale austriaco Urban , di passaggio per Legnano con la sua truppa e diretto a Melegnano . Solo l’intercessione di alcuni cittadini legnanesi valse a restituire la libertà al prevosto Ponzoni che poté rientrare tra la generale esultanza alla sua sede naturale, dove rimase fino al 1865.

La sua attività non si limitò alla cura pastorale, anzi pose fine allo “scandaloso eccesso” di esporre i piccoli trovatelli nella “ruota” del Luogo Pio di S. Erasmo a Legnanello .
Quando passò a vigilare sulla chiesa del Carmine, a Milano, lasciò un ambiente rinnovato prima a don P. Lombardi, chiamato a coprire la sede vacante e poi al successore don Vittore Rosa. Al clero e al popolo legnanese don Rosa, da parlatore affascinante, dalla preparazione meticolosa, già al suo ingresso nel borgo (1868) offerse il meglio del proprio ingegno con un apprezzato discorso inaugurale.
Su suo consiglio, nel settembre 1868, Gerolamo Colombo istituì una cappellania nell’Oratorio di S. Domenico; ma non è da trascurare anche l’interesse verso la Compagnia dell’ Entierro (termine spagnolo che indica tomba o sepolcro). Si trattava di un uso introdotto nel 1500, quando gli Spagnoli piantarono le tende in Italia. Sorse dapprima allo scopo di promuovere la devozione ai misteri della Passione e alle anime purganti. Successivamente “ebbe di mira di condecorare le processioni del SS. Sacramento” e don Rosa si prese cura di stendere il nuovo regolamento dell’ Entierro .

Profondo conoscitore di uomini e cose, quando fu nel pieno della maturità, la sua giornata di lavoro fu stroncata nel 1873, tra il compianto generale della popolazione.
La successione toccò a don Domenico Gianni, in carica dal 1873 al 1906. Con lui ripresero i progetti per il restauro di S. Magno e per la costruzione di un nuovo fabbricato (1887); di una rinnovata sacristia, come da documenti d’archivio. Per ottenere il supporto economico necessario al restauro, la Fabbriceria fece pressione sulla Luogotenenza Militare e Civile della Lombardia, grazie alla quale furono compiuti lavori di restauro e ripulitura di muri e dipinti. Ma erano solo poche gocce piovute nel mare di progetti più ambiziosi, tanto da costringere la fabbriceria alla vendita di sei arazzi solitamente esposti nel corso delle principali solennità e finiti poi nelle collezioni del Castello Sforzesco , a Milano.

Nonostante la scarsità dei mezzi a disposizione, il prevosto tenne duro. Nel 1897 inaugurò l’Asilo infantile là dove si trovava il Palazzo di Leone da Perego ; e lanciò l’idea di costruire le cappelle dei 15 Misteri, intorno al santuario delle Grazie, benedette solennemente il 2 ottobre 1898. Nello stesso anno, in occasione di scioperi e di manifestazioni pubbliche, il prevosto tenne un discorso lodato dalle Autorità civili del borgo e di Gallarate , in grado di mantenere la tranquillità nel popolo; anche se il sacerdote fu pronto a celebrare la festa del Corpus Domini , in giugno, quando negli altri paesi era proibita.
Gli si deve pure la benedizione del nuovo cimitero; dell’oratorio privato collocato nell’ex stabilimento Banfi e ad uso delle suore di Maria Bambina.

A riconoscimento della sua operosità, sembrò giusto che, nel febbraio 1899, le campane suonassero a distesa per solennizzare la nomina del prevosto a Cameriere onorario di S. Santità, seguita dalla concessione del Cavalierato della Corona d’Italia.

Frenetica dunque l’attività del sacerdote sempre pronto a sostenere la creazione di un Circolo cattolico titolato a Alessandro III o a benedire il vessillo della nuova Società di Mutuo Soccorso Militari in congedo o a assecondare la fondazione della Società di Mutuo Soccorso “La Provvidenza”.
Tutto era predisposto al meglio per ricevere la Vista pastorale del Card. Ferrari , entrato in Legnano il 9 agosto 1899, fra l’esultanza della gente.
 

IL NOVECENTO

Il tentativo di riannodare i fili di un discorso sui vecchi itinerari archivistici sembra toccare la soglia desiderata, anche se la rivisitazione delle epoche a noi più vicine nel tempo consiglia maggiore cautela.
Alle spalle sta il tratteggio delle figure che, con la loro generosità, hanno animato l’ambiente fin qui preso in considerazione, ma possono essere state opacizzate, nel susseguirsi degli avvenimenti, dallo schiumare di note necessaiamente transitorie, cui il rigo più o meno fitto della pagina reca un relativo conforto. Al desiderio di recuperare frammenti di vita e operosità, rimasti nascosti nerll’ardità del discorso, serve sempre il ricorso al documento.

Con un appoggio del genere non sembra di uscire dall’arco temporale ancora il ricordo di Mons. Gianni. Toccò a lui l’abbraccio al sec. XX, onorato con la posa della prima pietra del nuovo tempio dedicato a S. Domenico; e così pure il compito di accompagnare con una cerimonia religiosa, il 29 maggio, l’inaugurazione del Monumento della Vittoria, anche se lotte, contrasti e amarezze toccarono pure la sua missione.
Nel 1878 si erano scatenate “le lotte tra la Banda nuova e la vecchia che durarono parecchi anni”, come ricordato da don A. Renoldi . Ciò non impedì che il nuovo Corpo musicale tenesse il primo concerto in Piazza S. Magno il 18 aprile 1898. Famosa è rimasta pure la parodia di persone e riti sacri, intrecciata sulla stessa Piazza, nel 1889, durante il carnevale. Ormai in età avanzata e logorato da un intenso apostolato, Mons. Gianni si ritirò a Tradate presso Casa Melzi , per ritemprare le forze, finché la sua anima fu chiamata al cielo nel 1906. Rimase il ricordo della sua evangelica severità, del carattere amabile, della serena modestia, del sapere comporre Religione e Patria in un solo affetto, come stampato sull’immagine ricordo. Questo il patrimonio spirituale trasmesso al successore Mons. E. Gilardelli che fece il suo ingresso a Legnano, nel 1907, “all’inizio del grandioso sviluppo industriale che doveva cambiare il volto del borgo.”
Il nuovo prevosto, animato da un profondo spirito liturgico, compreso dal suo ufficio soprannaturale, si rese subito conto della opportunità di assicurare il movimento di trasformazione richiesto dai tempi. Incominciò con la costruzione di una nuova canonica, per pensare a rendere meno angusta la sacristia, per affrontare il problema che aveva precoccupato il suo predecessore: il restauro di S. Magno, un’opera che comportava probemi artistici e finanziari. Se i primi furono affrontati da tecnici e architetti, i secondi furono superati dallo stesso Gilardelli , che si addossò metà delle spese.
Interessante la serie di opere, di provvedimenti, di offerte, di beneficenze che hanno caratterizzato la sua opera. Abbellire gli altari, i candelabri, i quadri della sua S. Magno, costituivano motivo di orgoglio per il prevosto. Quando avvertì il bisogno di un locale per la ricreazione della popolazione, grazie anche alle offerte cittadine, non esitò a far costruire un salone teatro dedicato a Pio XI, nell’oratorio di S. Ambrogio.

Quasi solo, per essere tutti i coadiutori al fronte, nel corso del primo conflitto mondiale, non esitò a portare parole di conforto alle famiglie, se non a recare l’annunzio di gravi sventure toccate.
Nella multiforme attività svolta da Monsignore brillano l’attenzione che dedicò all’Azione Cattolica; alla fondazione dell’ Unione Giovani , per il completamento della educazione religiosa impartita dall’oratorio; al circolo femminile Maria Ausiliatrice , fondato nel 1921; al Gruppo Donne di Azione Cattolica, istituito nel 1927.

Inoltre i cittadini che ricordano, sanno che sul Corso Sempione, presso l’Ospedale civico, sorgeva una casa sgangherata, dalle varie pitture che denunciavano un’antica nobiltà, ma non rispondeva più alle moderne esigenze. Ebbene, se il vecchio Ospizio di S. Erasmo , fondato alla fine del 1200, poté recuparare in buona parte la sua dignità, lo si deve alla inizativa di Mons. Gilardelli , cui sorrideva “l’idea di aprire una casa per tanti poveri infelici”. Il voto formulato nel 1923, grazie al concorso del Sindaco Fabio Vignati , poté tradursi in realtà, quando l’edificio costruito dall’ Ing. Morganti , fu inaugurato nel 1929.

Comprensibile la manifestazione plebiscitaria volta ad esaltare l’apostolato di Monsignore, primo prevosto mitrato di Legnano e tradotta in festeggiamenti nel maggio 1932, per onorare il suo Giubileo Prepositurale.
Le lacune riscontrate da G. Vecchio nel Chronicon , dal 1934 al 1939 e corrispondenti agli ultimi anni di vita di Mons. Gilardelli , non consentono una ricostruzione completa di tutto il suo operato, proseguito da Mons. Virgilio Cappelletti, accolto a Legnano nel 1940, in un tripudio di gioia e fervidi auguri. Al suo arrivo rivissero nella memoria i grandi prevosti trapassati, si rinnovarono le tradizioni della vecchia Legnano, regina di fede, di magnanimità, di opere.

Nato a Milano, vestito l’abito talare, frequentati i corsi di teologia, forte della fiducia accordatagli dal card. Ferrari e dal rettore dei seminari, Moms . De Giorgi , nel 1915 il Cappelletti fu colto da grido della guerra, che si rinnovò poi all’entrata in Legnano, anche se non lo colse impreparato, per aver egli prestato servizio militare a più riprese nel primo conflitto mondiale. Laureato con una tesi su S. Caterina da Siena, insegnante di storia dell’arte e di letteratura italiana al Liceo dell’Istituto Leone XIII, poi a Liceo Parini e all’ Accademioa di Brera , maestro nella Scuola Superiore “Beato Angelico” di Milano, dedicatosi alla stampa con contributi all'”Osservatore Romano”, aveva tutti i requisiti necessari per riscuotere la stima dei Legnanesi , cui dedicò una indefessa attività.

Diversi furono i suoi interventi per trasformare, nel 1941, la cappella dedicata alla Madonna Addolorata in quella del